Sabrina Zannier
Messaggero Veneto
13 ottobre 2003

“Anima e corpo fra tradizione e cibernetica” è il complesso tema della sezione ad inviti del Premio Suzzara vinto dall’artista triestina Odinea Pamici, che è stata votata all’unanimità per la sua “personale interpretazione, condotta attraverso la compresenza di più linguaggi e la complessità della scelta dei materiali in relazione all’idea di ritualità del corpo e dell’anima”. Due aspetti, questi, che da sempre caratterizzano il lavoro di Pamici, teso fra la dimensione fisico-materica delle presenze oggettuali e la valenza tecnologica di media come la fotografia digitale e il video, che vi si contrappongono accreditando immagini impalpabili e distanti. Corpo e anima, tradizione e cibernetica fluttuano nel suo lavoro in un intreccio sottile, venato di ironia e poesia, di gesti, emozioni, pensieri e paradossi colti dall’orizzonte femminile domestico. Il tutto in modo assolutamente individuale, secondo una cifra linguistica dispiegatasi lungo una temporalità segnata dal perseverante passaggio dal vissuto quotidiano all’universo dell’arte. Se dovessi, infatti, tradurre in immagine l’atteggiamento dell’artista, comporrei due contenitori – uno riferito a tutti i suoi gesti e pensieri di donna e di madre; l’altro relativo al lavoro ideativo, progettuale e fabbrile giornalmente svolto nelle sedi triestine e milanesi dello studio e del laboratorio – per poi unirli secondo il principio dei vasi comunicanti. Vasi attraverso i quali la sensorialità corporea si traduce in carezzevoli oggetti di cera, la ritualità dei gesti domestici si concretizza in immagini e oggetti fatti di pellicola d’alluminio, di preziosi broccati e, mantenendo la stessa dignità concettuale ed emozionale, di carote, cavoli, barbabietole, pane, brodi vegetali e animali. Tutto costruito e fermato in una sorta di immaginifico tableau-vivant entro il quale, a volte, l’artista compare, come accade durante alcune performance, quasi a riallacciare, in pochi istanti fuggevoli, tutti i gesti e i pensieri che hanno preceduto l’opera e composto la vita.
L’abbiamo incontrata, Odinea Pamici, per conoscere i suoi pensieri e le sue emozioni a seguito del Premio Suzzara e delle motivazioni con le quali le è stato aggiudicato.

S.Z.: Corpo e anima nel tuo lavoro nascono dall’orizzonte autobiografico. Come alludono, poi, alla collettività sociale?

O.P.: “In riferimento, soprattutto, all’opera che ha vinto il Premio, sono partita dalla metafora secondo la quale mi vesto di ciò che mi nutro. Ecco, allora, le foto in cui gli indumenti contengono i brodi; l’abito nuziale che diviene tavola imbandita… Tutto è riferito al rituale della cucina, al cibo che incarna uno degli aspetti più umili delle fatiche femminili, quelle che compiono tutte le donne nella routine quotidiana, quelle che io narro in un mondo parallelo, molto terreno ma venato di assurdo, dove il cibo allude al gesto solitario e anche paranoico, ma pure al convivio e quindi all’incontro con il gesto dell’altro”.

S.Z.: Il passaggio continuo della tua creatività dalla manipolazione di materie come cere e tessuti a media tecnologici è assolutamente contemporaneo ma anche complesso e faticoso. Come vivi questa compresenza?

O.P.: “Questi due atteggiamenti, diversi sia a livello concettuale che operativo, non li ho mai vissuti come momenti separati ma secondo un perseverante e direi naturale intreccio. Non lavoro con le mani di una volta: non scolpisco, non plasmo le materie. Riattivo la tradizione scultorea solo appropriandomi di un oggetto esistente per poi produrne un calco. E’ come dare un senso morale all’attività dell’uomo, non all’artista in sé. Quando lavoro per produrre immagini, invece, plasmo sì dei materiali - carta stagnola, cere, cibi - poi fotografo il tutto e il corpo dell’opera è dato dalla fotografia. Per il ciclo La cucina triestina ho grattuggiato carote, tagliato barbabietole, fatto il tortellino…Ripeto in modo ossessivo dei gesti, non sono una scultrice. E questo atteggiamento lo vivo come una sorta di attentato alla stabilità del luogo, dove l’ironia amplifica il dramma domestico. Poi utilizzo la tecnologia più avanzata, ossia il digitale, che mi consente di ritoccare ciò che voglio. Invece di usare la gomma da cancellare per il disegno, uso il computer per la fotografia”.

S.Z.: Dopo il Pranzo di nozze quali saranno i prossimi sviluppi del tuo lavoro?

O.P.: “Ogni lavoro mi lascia un humus che poi continua a crescere, entro il quale scelgo un aspetto da sviluppare. Quando ho realizzato la Torta per Villa Manin la sua circolarità mi ha condotta al grande abito nuziale. Il mio lavoro non cresce sulle immagini in sé ma sui concetti ad esse sottesi. Quello della circolarità contiene una riflessione sul tempo, quindi sulla ripetizione ciclica dei gesti e degli eventi, che ha generato la performance dei camerieri realizzata nella mostra di Maravee. In quel contesto, e nell’ambito della tematica del cibo, che tanta parte ha nel mio lavoro, il movimento rotatorio della performance, vissuto come una sorta di grande mescolo che girava, ha raccolto con una metafora iperbolica tutti i gesti domestici sottesi al mio operato”.